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Scongiurato il rischio, triste e incredibile, che il CIO ponesse in un angolo l’inno nazionale ed il tricolore ai giochi di Tokio

Prima che il premier Conte rassegnasse le dimissioni, è stata messa una pezza alla inevitabile decisione del CIO di sospendere il Comitato olimpico italiano dai giochi olimpici

Con il DL emanato ieri mattina dal Governo, in zona cesarini e poco prima che il premier Conte rassegnasse le dimissioni, è stata messa una pezza alla inevitabile decisione del CIO di sospendere il Comitato olimpico italiano dai giochi olimpici di Tokio. Ma facciamo un passo indietro: il CIO aveva deciso il provvedimento di sospensione del Comitato olimpico italiano in mancanza di un intervento governativo che avesse chiarito e risolto la questione dell’autonomia del Coni. Tanto per chiarire, un provvedimento del genere, avrebbe portato alla esclusione degli atleti italiani dai giochi olimpici: per la precisazione gli atleti individuali potrebbero partecipare senza indicazione di nazionalità ed appartenenza, mentre sarebbero state escluse, in blocco, tutte le squadre. Tutto questo mettendo a rischio anche, a lungo termine, la possibilità di ospitare giochi, in particolare quelli già assegnati a Milano e Cortina del 2026 (giochi invernali). Il motivo di tutto ciò lo si può racchiudere in poche parole: la società Sport e Salute,  di fatto ha sostituto la Coni Servizi senza scorporare le funzioni del Coni: pianta organica e asset.

Nell’ambito delle sue funzioni, il Coni non può dipendere da una società del governo. Ma tutto ciò è in profondo contrasto con i principi del CIO e , cioè, la totale autonomia dello Sport dalla politica. E in più occasioni il presidente Bach ha fatto presente in modo eloquente e palese,  che questa situazione è contraria all’ordinamento. E l’esecutivo del 27 gennaio sarebbe stato anche l’ultimo, perchè poi scade il mandato del presidente Bach, con conseguenti elezioni a metà marzo. Necessitava pertanto un intervento tampone del Governo che potesse fermare la delibera del Cio. Ma se si è arrivati a tutto ciò, nell’ambito della riforma dello Sport, lo si deve ad una perfetta continuità da parte dei governi che si sono susseguiti, se pur di colorazione diversa tra di loro.

La costituzione di Sport e Salute e la devoluzione dei poteri un tempo attribuiti al Coni hanno dimezzato la sussidarietà che, da sempre e in tutte le democrazie liberali, caratterizza lo Sport nello spirito di un trasferimento di funzioni pubbliche all’autonomia privata. La riforma varata dal ministro Spadafora è fortemente difesa a dispetto di ogni ragionevole critica e ha completato una strategia di asfissiante interventismo pubblico.  Non sono servite le continue segnalazioni del CIO ma i tentativi di Malagò di trattare con il governo. Purtroppo il perseguimento della ideologia è stata, sino ad oggi, più forte di ogni compromesso in nome di un malinteso primato dello sport di base e di una demonizzazione dello sport agonistico, da sempre motore di economia di mercato del paese. Ed i veti pentastellati hanno avuto purtroppo sino ad ora il sopravvento.

Il rischio, triste e incredibile, che il CIO ponesse in un angolo l’inno nazionale ed il tricolore ai giochi di Tokio è stato concreto e reale. Gli atleti individuali avrebbero sfilato con la bandiea a cinque cerchi; cosa accaduta solo a Mosca 80 ma per ben altri motivi. Il decreto legge di ieri, lungi da risolvere i problemi che emergeranno nei prossimi 60 giorni in sede di approvazione del decreto, hanno solo parzialmente e formalmente risolto la situazione, ma in fondo si è trattato solo ed esclusivamente di un provvedimento temporaneo. Con buona pace di tutti ma la brutta figura rimane.

 

 

Collaboratore - Avvocato

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