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“Napoli sottencoppa”: ‘O gigante de palazzo, voce ‘e popolo

Quando il busto senza braccia di Giove divenne il “Pasquino di Napoli”.

 

 

 

Se vi trovate a passare per il Museo archeologico di Napoli e ve ne andate girando senza meta, guardando e beandovi degli straordinari pezzi che vi sono esposti e che ne fanno uno dei primi al mondo per qualità e quantità dei reperti conservati, vi potreste trovare al cospetto di un busto gigantesco, seminascosto in un angolo del giardino centrale. Nu coso ca chi non è addentro ai fatti non si farebbe scrupolo di definire “Una statua” e basta. E invece no. E per diversi motivi. Il primo di essi è che si tratta del busto di Giove, il re degli dei, ritrovato nella zona di Cuma e portato a Napoli al tempo dei viceré spagnoli per diventare elemento ornativo di una gran bella fontana messa proprio sulla strada fatta costruire per collegare la nuova darsena, quella che poi diventerà porto militare, con il cosiddetto “Largo di Palazzo”.  Dice: ma quella era una fontana importante su una strada ancora più importante. Certo. Tanto è vero che quel Giove tanto imponente, barbuto, a cui mancavano le braccia venne cosi chiamato il “Gigante di Palazzo”.

E tuttavia, la fama che gliene venne non fu per la grandiosità e per la zona dove stava ma perché divenne il “Pasquino“ napoletano. Così come a Roma  i dissacratori e i rivoluzionari attaccavano i libelli con i quali mettevano alla berlina papa, cardinali e nobiltà, a Napoli il Gigante ebbe la stessa funzione di fustigatore di viceré e nobili mariuoli, puttanieri e cornuti. «Se n’è ghiuto lo mbroglione / è benuto lo coglione /che se tene la Giorgina / e non pensa alla farina» scrisse l’ignota mano sbeffeggiando il duca di Medinaceli conosciuto a Napoli per le commare che si teneva. Spesso, pure in casa sua, facendole figurare come cameriere della ignara moglie. Ovviamente, il Medinaceli, si incazzò tantissimo. Fino a mettere una taglia di ottomila scudi, una “cifra”, da consegnare a chi gli portava la testa del fetentone. Niente. Anzi, ne arrivò un’altra come risposta: si promettevano ottantamila scudi, dieci volte tanto, a chi avesse portato la testa del Viceré in Piazza Mercato.

Quando si dice “nun faie paura a nisciuno”. E quando Medinaceli lasciò Napoli per essere sostituito da conte d’Harrac, pochi giorni dopo il suo arrivo in città, il Gigante ne teneva una nuova: «Che fa il conte d‘Harrach / mangia beve e fa la cacca». Ma non furono solo gli spagnoli le vittime del Gigante. Anche gli austriaci ebbero la loro: «fate la carità a quel pezzentone dell’imperatore d’Austria» si trovò scritto qualche giorno dopo che vennero richieste più tasse al popolo. E pure Ferdinando non se la scampò   «quest’oggi mangiate forte / domani chiudete le porte / martedì sentirete le botte / mercoledì conterete i morti» si scrisse dopo i fatti del 99 e della repubblica partenopea.  E a Giuseppe Bonaparte appena arrivato venne regalato un «vuie penzate a fa le tasse / nuie pensammo a fa fracasse / ve mangiasteve i fecatielli / lo rre se magna li casatielli». Insomma uno che non se la teneva da nessuno, ‘o Gigante. E invece, adesso, se la deve tenere per forza: non è più il “Pasquino di Napoli”, ma molto più miseramente, anche se realisticamente una straordinaria realtà archeologica che testimonia la grandezza passata di un popolo che non abbassa mai la testa davanti a nessuno. E se qualche volta lo fa è solo perché sta pensando a come fargliela pagare cara.

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Giornalista

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